Nuove intimidazioni sul "fronte", serve impegno, non parole

scritto da Ufficio di Presidenza il .

I segnali di intimidazione mafiosa continuano. Due in una sola notte. Uno in Calabria e l'altro in Sicilia. Entrambe terre di mafia. Entrambe terre di massoneria. In entrambi i casi si va a colpire quanti hanno denunciato i mafiosi ed i loro legami con la massoneria, i politici e funzionari pubblici e sin anche giudici corrotti. Nella notte tra il 19 ed il 20 luglio 2009 in Sicilia ed in Calabria si tornava a colpire chi ha denunciato le storture, il marcio del "sistema". Questo è quanto hanno ricevuto, dopo la partecipazione alla manifestazione del 19 luglio in Via D'Amelio, la famiglia Masciari e la famiglia Morsello...

In Calabria, a Serra San Bruno, sul davanzale dell'ex impresa di Pino Masciari, è stato collocato un ordigno rudimentale che solo per una miccia che si è spenta e non è deflagrato. Lì a Serra San Bruno vivono i familiari di Pino che, da oltre dieci anni vive in località "protetta" (se così la si può definire), perché "testimone di giustizia".

In Sicilia, a Marsala, i capannoni dell'industria Ittica Mediterranea di Petrosino sono stati incendiati. E' l'azienda della famiglia Morsello, strappatagli da un perfetto sistema di corruttela, che va dalle Istituzioni all'economia sin dentro il Palazzo di Giustizia, e da azienda con 120 dipendenti e notevole fatturato è stata letteralmente disintegrata.

Due famiglie, due storie, due esempi drammatici di uno Stato che al fianco di chi denuncia sembra proprio non volerci stare. La loro colpa è la stessa colpa di quei tanti testimoni di giustizia abbandonati al loro destino... è la stessa colpa di chi, come Liliana Carbone con la sua famiglia, a Locri, ha osato chiedere verità e giustizia per l'assassinio di suo figlio... è la stessa colpa perché in certi territori chi osa rivolgersi allo Stato per avere giustizia e non ad un padrino o protettore, è l'anomalia, la vertigine che rompe equilibri consolidati.

Non ci sentiamo più di dire "siamo solidali" con voi. Non serve a niente... come ormai non servono a nulla gli appelli. Non servono perché il "sistema" si è chiuso, è arroccato, trasversalmente, nella sua complicità - criminale e/o morale - con la criminalità mafiosa e finanziaria.

A cosa può servire un appello ad un Sottosegretario come Mantovano, che sembra aver assunto la delega alla deflagrazione degli istituti dei collaboratori e testimoni di giustizia?
A cosa può servire un appello ad un Presidente della Repubblica che storicamente è sempre stato collocato a difesa di quelle storture devastanti della cosiddetta Prima Repubblica e avvalla ogni forzatura e frattura rispetto al dettato Costituzionale?
A cosa può servire un appello ai leader e vertici politici, tutti, di tutti i partiti, che sono pronti, come ci dimostrano in ogni circostanza, a vendere principi e valori in cambio di posti di potere o sottopotere, per poi mostrarsi in prima fila al corteo nello stile Masaniello?

Scusate, ma di solidarietà ed appelli abbiamo le orecchie intasate.
Scusate, ma siamo convinti che serva altro! E serve dire davvero basta alla retorica ed all'ipocrisia che ogni qualvolta ci si ritrovi ad un anniversario tragico torna con il riempire ogni spazio, così come quando qualcuno è vittima di intimidazioni o attentati mafiosi. In quei giorni, in quegli istanti, sono tutti con te, accanto a te... anche il carnefice se può godere ancora di mimetizzazione sociale. Tutti pronti a parole tuonanti, a proclami, ad impegni solenni. Troppi sono stati i giuramenti divenuti spergiuro sulla pelle di chi è caduto, così come sulla pelle di chi ancora resiste.

E' per questo che noi abbiamo modificato da tempo un vecchio slogan dell'antimafia: da "memoria e impegno" a "memoria è impegno". Un accento che però rovescia radicalmente il senso ed indica che la questione non è solo il ricordo di chi è stato, ma che quel ricordo vive ed è sincero quando produce impegno, continuità di idee e azione, nell'oggi, nel quotidiano. Perché per essere davvero accanto, concretamente vicini e utili, a chi è vittima, occorre avere il coraggio e la forza della denuncia pubblica ma anche di quella nelle sedi opportune, occorre essere pronti a scegliere da che parte stare con una maglietta ma anche con l'azione di contrasto civile, concreto, alle mafie ed alle illegalità che ci circondano. Altrimenti, se ci si limita allo slogan, alle parole, si è solo trandy... perché l'antimafia è divenuta per molti una moda - quando non un business -, quando invece è una cosa seria... molto seria. Chi è vittima di ingiustizia, di sopraffazione e violenza deve sentire accanto a se una moltitudine di "cittadini" che prendono il testimone e lo portano avanti, con lui/loro, concretamente, non con le parole, non con gli slogan.

Carlo Alberto Dalla Chiesa diceva che per sconfiggere le mafie occorre capire che non le si combatte in Sicilia (o in Calabria, o in Campania), bensì in tutto il Paese, partendo da Roma, dal Nord dove ricicla e investe, mimetizzandosi, facendosi "mafia pulita" e condizionando il 40% dell'economia nazionale. L'insegnamento di Antonino Caponnetto era quello di non chiedere ma rivendicare, pretendere il rispetto dei diritti, e questo significa rifiutare ogni logica opportunistica, clientelare della vita. L'insegnamento di tutti i martiri della lotta alle mafie è che si muore (anche non fisicamente) quando si è soli. Ed è da qui che occorre ripartire, crediamo, dal non lasciare soli concretante quanti hanno scelto con nettezza da che parte stare, non permettere alcun tipo di isolamento... non solo quello fisico, ma nemmeno quello sociale, quello del "sono con voi, ma io non posso fare nulla", quello di quanti affermano "grazie per quello che fate, ma io non posso fare nulla"... o quello del "avete ragione, ma non si possono dire con troppa nettezza"... nella perversa riproduzione del compromesso morale che ha piegato e anestetizzato la coscienza civile del Paese.

Come si fa a non domandarsi che società - non che classe dirigente, ma noi popolo - siamo mai diventati quando, nel cuore del nord un autore e attore di teatro, come Giulio Cavalli, si deve vedere negati gli spazi perché non si deve dire, non si deve parlare, non si deve ricordare e denunciare, della grande criminalità finanziaria, come quella legata a Fiorani, complice sino al midollo con la classe politica sin anche con ambienti legati alle mafie, sotto il grande mantello della massoneria e dell'Opus Dei, che tanto, da sempre ha protetto e protegge misteri e veleni della Repubblica. Ed ancora che dannato paese siamo se Giulio Cavalli, per aver osato mettere in scena uno spettacolo teatrale sulla mafia, si ritrova ad essere posto al centro del mirino di Cosa Nostra e costretto a girare scortato. In molti ci si è dichiarati, anche in questo caso, come negli altri, "al suo fianco", ma nulla cambia finché restano parole, partecipazioni occasionali ad incontri e convegni, manifestazioni di piazza, mancando quel salto di qualità necessario, fondamentale, che è poi soltanto coerenza, nel tramutare quella parola "solidarietà" o quel concetto "siamo al tuo fianco", in azione concreta, quotidiana, di impegno.

Ed ancora, per citare ancora alcuni episodi di questi giorni, tanto per rendere l'idea del "fronte"... Sono giunte nuove minacce a due magistrati che in Liguria si occupano di inchieste sulla criminalità organizzata, dall'estremo ponente ligure, nella terra di confine, come dallo spezzino. Di poche settimane, in Puglia, dopo le minacce è arrivato l'attentato all'auto del giornalista Gianni Lannes, direttore della giornale online Terra Nostra...

Ed allora ecco che il nostro impegno per sostenere Pino Masciari e la sua famiglia, così come per sostenere la famiglia Morsello, così come ogni altro che è vittima perché cittadino che non si china a suddito sia esso magistrato, giornalista, impenditore o semplice cittadino, è andando avanti con l'impegno nel contrasto deciso e fermo ai mafiosi ed ai corrotti, qualunque volto o colore essi abbiano, qualunque abito indossino, qualunque professione pubblica o privata svolgano. E' indicando le responsabilità pubblicamente e denunciano nelle opportune sedi tutto ciò che vi è da denunciare, senza alcuna reticenza.

Ogni giorno che passa aumentano le segnalazioni, aumentano le richieste d'aiuto da ogni parte del Paese, dal Sud al Nord. Si moltiplicano i fatti da osservare, approfondire, indagare. Ma siamo troppo pochi - e di questo chiediamo scusa - per farcela da soli... perché anche qui, sono tanti a dirsi vicini, ma pochi sono coloro pronti a dare un poco della propria quotidianità a questa battaglia... mancano coloro che vogliono dedicare un poco del proprio tempo, un frammento della propria vita, non per pronunciare parole come "solidarietà" e "giustizia" ma per concretizzare quanto queste parole significano.

Il resto, scusate, è retorica e noi crediamo che non ne abbiamo bisogno. Certo qualcosa si rischia nel compiere una scelta di campo, ma questo significa "vivere" e non sopravvivere.

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