Professore, faccia un passo indietro
La legge è uguale per tutti. Ma per qualcuno deve essere più uguale che per gli altri. Chi si candida a una carica pubblica ha il dovere di accettare che la sua vita sia passata ai raggi X...Se Il Secolo XIX ha indagato su Giacomo Deferrari (come farà per gli altri candidati), non lo ha fatto per accanimento o per spirito "giustizialista" (termine abusato spesso da chi mostra una certa allergia verso la semplice parola "giustizia"). E proprio ricostruendo il curriculum dell'aspirante rettore sono emerse circostanze che era doveroso chiarire. In breve: Deferrari fino al novembre 1999 ha ricoperto la carica di direttore del Dimi (Dipartimento di Medicina Interna dell'Università) per poi diventare preside della facoltà di Medicina. Ora, era noto da anni negli ambienti universitari che la società Chiappe Revello fosse consulente del Dimi e di Medicina. Allo stesso modo tutti sanno che la signora Rossana Revello, amministratrice dell'azienda, è compagna di Deferrari dal 1999 e moglie dal 2002. Forse, tra i responsabili dell'Ateneo qualcuno avrebbe dovuto già in passato porre la questione. Così come pare inopportuno che lo stesso Deferrari non l'abbia fatto.
Ma il nodo non è questo. Interpellato dal Secolo XIX, l'aspirante rettore ha dato la sua versione dei fatti: la consulenza (che ha portato nelle casse della società 262 mila euro) è stata avviata dopo un regolare concorso e all'epoca non esisteva alcun rapporto affettivo o di amicizia tra Deferrari e Revello. C'è stata, ammette, una «sovrapposizione di pochi mesi». E aggiunge: «Le somme pagate alla Chiappe Revello in quel periodo non erano superiori ai sessanta milioni». Ancora: «Le successive consulenze non sono state votate da me». Va bene. Ammettiamo pure che le somme pagate fossero di pochi euro (e non è stato così) e diamo per buona la ricostruzione dei fatti di Deferrari (e non è convincente).
In ogni caso sarebbe opportuno che Deferrari ritirasse la sua candidatura. Se il preside di Medicina, infatti, fosse eletto rettore, sarebbe impossibile eliminare nei cittadini il dubbio che, anche nel caso egli non avesse votato l'affidamento dell'incarico alla moglie, possa aver in qualche modo influito sulla scelta.
«Mi rendo conto che l'impressione, sbagliata, potrebbe essere che i soldi siano rimasti in casa», ammette Deferrari. E ancora aggiunge: «Se fosse votato un codice etico che vieta l'affidamento di incarichi ai parenti, sarei favorevole». Bene, professore, ma il codice etico non richiede di essere affisso sui portoni dell'Università per essere rispettato. Se lei è d'accordo con questo principio doveva rispettarlo prima, non adesso che è troppo tardi. «Avrei dovuto rinunciare a consulenze di mille euro per organizzare un convegno a Medicina soltanto perché mio marito è preside?», chiede Rossana Revello. Sì, signora, avrebbe dovuto, e indipendentemente dal fatto che suo marito poi si candidasse o meno al rettorato.
Noi non abbiamo mai nemmeno insinuato che Deferrari e Revello abbiano commesso un reato. Ma esiste una responsabilità morale, sociale e politica di cui in Italia ci si dimentica troppo spesso. Dopo l'inchiesta giudiziaria sul porto di Genova, per fare un esempio recente, nessuno dei presidenti o dei consiglieri nominati dai precedenti vertici dell'Autorità ha avuto il buon gusto (o la decenza) di rimettere il proprio mandato.
Dicevano i romani che la moglie di Cesare non deve soltanto essere onesta, ma anche apparirlo. La rinuncia del professor Deferrari alla candidatura offrirebbe un ottimo esempio a una città intorpidita e rassegnata.
Ferruccio Sansa