Dove abbiamo sbagliato? Caro Nanni, cari tutti…

scritto da Paolo Flores d'Arcais il .



MICROMEGA n° 8/2006 – Lettera Aperta


Dove abbiamo sbagliato? Caro Nanni, cari tutti…

di Paolo Flores d’Arcais

Il risultato di anni di movimenti, di impegno di milioni di democratici ‘di base’ si riduce ai frutti avvelenati dei primi cento giorni del ‘nostro’ governo. Dove abbiamo sbagliato? Era davvero impossibile coniugare spontaneità e organizzazione, richieste ‘universali’ e rappresentanza? E’ possibile continuare a votare un centro-sinistra quasi berlusconiano?


Caro Nanni, dove abbiamo sbagliato?
Perché dobbiamo aver “peccato”, e parecchio (almeno per omissioni), se il risultato di un anno e passa di girotondi (culminato in quell’evento ancor oggi unico del milione e oltre di persone che si auto-organizza per piazza San Giovanni il 14 settembre 2002, senza neppure uno straccio benché minimo di struttura organizzativa o di risorse pre-esistenti), e di un periodo ancor più lungo di movimenti di massa contro la guerra di Bush o per i diritti sindacali, e infine dell’impensabile partecipazione popolare alle primarie per Prodi, dai partiti accettate obtorto collo, con quasi tre milioni e mezzo di cittadini a fare festosamente la fila per andare alle urne, quando mezzo milione era la previsione-speranza dei più ottimisti, e se insomma una lunghissima stagi
ne di passione civile vissuta con generosità e autonomia da milioni di democratici, utilizzando tutte le occasioni offerte dalla politica ufficiale, o inventandone ad hoc, per dare la sveglia ad un centro-sinistra afasico e groggy, e riuscirci, e rianimando fino a renderlo di nuovo capace di vincere… insomma, dobbiamo aver molto peccato – di quel peccato imperdonabile che è in politica il wishful thinking, l’indigenza volontaria di lucidità e realismo – se il risultato di tutto questo nostro impegno, di milioni di democratici “di base”, si riduce ai frutti avvelenati che si possono e devono mettere a bilancio dei primi fatidici cento giorni – quelli che ne segnano l’imprinting – del governo che abbiamo eletto: inciucio a go-go, a 360 gradi, senza freni né pudori.

Nessuna esagerazione polemica, parlano i fatti. L’indulto realizza uno sconto generalizzato di tre anni per tutti i crimini da estabilishment, peggio del famoso colpo di spugna, tentato e non riuscito, che ha spinto Berlusconi a ripiegare, nella seconda esperienza governativa, su una pletora di leggi ad personam. Con questo sconto nessun criminale di estabilishment pagherà dazio, la gran parte li ritroveremo anzi più arroganti e impuniti che mai nella stanza dei bottoni. Impuniti, giuridicamente e – a dismisura – nel senso del dialetto romanesco. E’ la logica dei condoni, dell’assoluzione preventiva e conseguente incentivazione ai reati, logica tanto vituperata dal centro-sinistra quando è il padrone del partito populista ad applicarla in campo fiscale o edilizio, ma ora esaltata dalla maggioranza di governo con l’ipocrisia dei diritti dei carcerati. Ipocrisia oscena, visto che nulla si fa per rendere le carceri italiane degne di un paese civile, e si evitano ostinatamente i due semplici provvedimenti che tali carceri (troppo spesso invivibili) svuoterebbero di oltre la metà: l’abrogazione della legge clerico-fascista sulla droga e quella fascio-leghista sull’immigrazione. In compenso si manda libera madame Gennet (cfr. l’articolo di Ferruccio Sansa in questo numero), boss del commercio omicida di clandestini (lo stesso contro cui si levano gli alti lai d’occasione e di retorica, buoni per il prime time) o l’assassina di una suora sul cui omicidio a suo tempo si versarono lacrime del coccodrillo “mai più” (sempre in prime time), o i responsabili (presunti, ovviamente, ma con l’indulto finirà che troppi processi neppure si faranno) degli omicidi di massa per amianto e altri cancerogeni, che magari avrebbero patteggiato conti di pena ma pagato risarcimento ai parenti delle vittime (che ora resteranno piùche mai soli con il loro lutto). Per non parlare degli agenti torturatori della caserma di Bolzaneto, Genova 2001 (come stupirsi se ora, giustamente in logica inciucista, è l’assassino di Giuliani a chiedere i danni?). E mi fermo qui, alle prime righe di interminabili pagine, perché gli argini della rabbia e dell’indignazione a questo punto sono già travolti.

Non basta. Si promette solennemente che “mai più segreto di Stato” sulla lurida faccenda di rapimenti/torture agevolati dai nostri 007 agli spioni di una potenza straniera, come pegno perché mai più un governo democratico coltivi scheletri negli armadi, e i cittadini non hanno fatto ancora in tempo a rallegrarsi di speranza, che il vituperato e vituperando segreto viene ribadito a garanzia del generale Pollari, le cui mene per accreditare Prodi e l’Europa di un introvabile via libera ai sopraddetti rapimenti/torture sono su tutte le gazzette che hanno fatto giornalismo riportando le intercettazioni telefoniche. E per buona misura, si prepara una legge che punisca giornalisti ed editori che tali intercettazioni divulghino, cioè che informino noi cittadini altrimenti ignari. Legge che D’Alema considera all’acqua di rose, e vorrebbe drasticamente più repressiva – colpirne uno per educarne cento? – probabilmente in obbedienza all’abc dell’imparzialità e trasparenza informativa senza le quali non vi può essere democrazia delegata (come faccio a delegare la mia volontà politica, il mio frammento di sovranità, se i potenziali delegandi mi sottraggono le informazioni – le “modeste verità di fatto” che Hannanh Arendt considerava l’ultima difesa contro il totalitarismo – in base alle quali deciderò cosa voglio e chi voglio delegare?
E non parliamo neppure della laicità, valore peggio che calpestato, perché trattato da questo governo come un “cane morto”, un relitto ottocentesco, e che costituisce invece premessa di democrazia.

Caro Nanni, dove abbiamo sbagliato, dunque? Rivolgo a te la domanda che da tempo vado rivolgendo a me stesso, perché tu sei stato il simbolo, il protagonista, il punto di riferimento (e non solo mediatico) di quella vicenda, e dunque sei l’interlocutore obbligato. Attraverso il quale, in realtà, voglio rivolgere la stessa domanda a tutti coloro che sono stati con noi compagni “di festa e di protesta”. Del resto, in quei mesi di entusiasmo riformatore, le e-mail che inondavano i nostri computer non iniziavano sempre con “Cari tutti…”? E’ a questi “cari tutti”, dunque, che mi rivolgo rivolgendomi a te. Ai “Cari tutti”, ma anche a quelle personalità che non sempre hanno simpatizzato con i movimenti (tutt’altro) ma che non hanno mancato di denunciare come insopportabili le scelte di questo governo. Personalità di riferimento per un vastissimo mondo democratico. Come Eugenio Scalfari, per fare il nome che mi sembra più autorevole e che può indicare anche gli altri (del resto, Scalari denunciava la improcastinabilità di una legge radicale sul conflitto di interessi già nel 1993, se non ricordo male).

Caro Nanni e cari tutti, dunque: i partitocrati del centro-sinistra stanno realizzando – ad abundantiam – proprio tutto ciò contro cui ci sentimmo obbligati a scendere in piazza quando erano all’opposizione. Solo che allora eravamo indignati perché i “nostri” rappresentanti non contrastavano con sufficiente energia le leggi-vergogna berlusconiane. Ora hanno trasformato quella accidia, omissiva e subalterna al berlusconismo in azione. Azione incalzante, anzi, visto che non hanno ancora trovato il tempo per abrogare nessuna della leggi ad personam berlusconiane, e nemmeno per congelare la (contro) riforma contro la giustizia – spergiurando la solenne promessa fatta alle organizzazioni dei magistrati – ma per l’indulto-inciucio sì, e a tambur battente.

Per cinque anni si sono giustificati per ogni inerzia con la litania della schiacciante maggioranza berlusconiana alle Camere. Ora con la claudicante maggioranza democratica al Senato. Ma diventano fulmini di guerra, capaci di mettere insieme le quasi unanimità nei due rami del parlamento non appena si tratti di realizzare misure che vanno nella direzione opposta a quanto promesso perfino in quell’enciclopedico prontuario dei compromessi che fu rovesciato sugli elettori col nome di “programma” (carta da riciclo già nelle intenzioni, evidentemente).

Insomma: i “nostri” rappresentanti, che senza i nostri voti (bastava ne mancasse una manciata, infatti) non siederebbero ai banchi di governo, hanno realizzato a passo di carica – e in peggio – proprio ciò che spinse Francesco Saverio Borrelli ad aprire il 2002 con la diana democratica del “Resistere, resistere, resistere”, e tu a lanciare nemmeno due mesi dopo il “j accuse” di piazza Navona contro “questi dirigenti, con cui non vinceremo mai”, e oltre un milione di cittadini ad auto-organizzarsi il 14 settembre a piazza San Giovanni, e infine oltre la metà del paese a votare quattro mesi fa contro il populismo videocratico di regime, malgrado le nomenklature di centro-sinistra tutto o quasi avessero fatto per allontanare da se i voti dei sinceri democratici.

E questo berlusconismo senza Berlusconi (come altro chiamarlo e restare onesti?) da qualcuno dei “nostri” viene sempre più spesso teorizzato come necessità bipartisan per il bene del paese, o comunque “minor male”, visto che i numeri in Senato appendono la maggioranza al cinismo di qualche riciclato. Alibi particolarmente miserabile, visto che a lardellare le liste elettorali di riciclati non si arrivò in ottemperanza ad ordine medico ma per volontaria voluttà dei sognori delle tessere (di centro-sinistra). E visto soprattutto che, mentre si lardellava imbarcando perfino pregiudicati (di quanti tecnicamente hanno diritto al titolo e di tutti i riciclati, MicroMega ha aggiornato l’elenco settimana per settimana, senza scalfire di un ette l’arrogantissimo “non ce potrebbe fregare di meno” dei magliari del consenso che li hanno imposti come “nostri” candidati), si rifiutava con catafratto disprezzo l’apporto di liste civiche regionali.
Ne sarebbero bastate un paio, e al Senato i seggi di maggioranza sarebbe decine. Ma la tracotanza di non nomenklatura non ha limiti, nemmeno quello che a noi comuni cittadini suona masochismo (ci torneremo): alle liste civiche regionali un niet senza se e senza ma, e nel frattempo giustamente, si accettavano pensionati, consumatori e ogni altro portatore di voti marginali in dose omeopatica. Il motivo fu detto con sincera iattanza di partitocrati: le liste di consumatori e pensionati costituivano un problema tecnico, quelle civico-democratiche un problema politico. In soldoni (loro): tutto (e rischio di tutto) pur di non dare spazio e chance a chi, anche se lontanamente, potesse far valere istanze autonome dai partiti, istanze di movimento, istanze di girotondi.
Dove abbiamo sbagliato? Sia chiaro (ma fra noi lo è sempre stato, e in mondo adamantino): è nella logica dei movimenti, nel loro dna – se non vogliono snaturarsi – NON diventare organizzazioni stabili, NON traviarsi entrando nella logica dei partiti. Neppure quando un movimento nasce intorno a temi che più generali non si può (tutti i valori fondamentali della Costituzione, nel caso dei girotondi).

(En passant, e a proposito del realismo politico dei “nostri” dirigenti e altri soloni della partitocrazia: il carattere universalistico e non per “single issue” dei girotondi, venne sbandierato come dimostrazione a priori che su tali temi – la legalità, l’informazione, il conflitto di interessi: roba per le élite astratte, anime belle e gauche caviar, erremosciavano dai golfini di cachemire o snobbavano tra gli origami e i ritratti del Migliore – non si potevano coinvolgere grandi masse, poiché non vi erano interessi concreti da raprresentare!)
Era tra noi acquisizione definitiva, e accertata “verità” sperimentale (anche personalmente e per anagrafe) che a riproporre la logica dell’organizzazione stabile si sarebbe ripercorsa ogni tappa della deriva minoritaria vissuta già nel dopo Sessantotto, e della quale del resto tu, giovanissimo, hai fatto tema e staffile dei tuoi primi superotto.

Perché un movimento è tale e fino a che pratica con convinzione la logica della spontaneità, nella quale la rappresentatività (e la leaderschip) si conquista attraverso il rischio dell’iniziativa, la capacità di azzardare il kairos, e di agglutinare la massa critica di consenso popolare e visibilità mediatica (talvolta in sequenza inversa). Una rappresentatività non formalizzabile, per sua natura. Si conta per quello che si fa, per quello che si mobilita, e per quello che si appare, anche. Anche attraverso la deformazione dei media, la loro strumentalizzazione (reciproca). Nei movimenti, insomma, non vale il principio “una testa, un voto”. Ciascuno conta e pesa, invece, per le teste che mobilita. La democrazia di un movimento non misura il valore pro capite ma il valore pro mobilitazione di ciascuno. La sua caratura di azione. Altrimenti non sarebbero movimenti ma episodi e momenti della democrazia rappresentativa.

Quando perciò si cerca di organizzare in pianta stabile un movimento – il che per sua natura, avviene sull’onda di un riflusso – è inevitabilmente il minoritarismo a mietere i suoi successi, con la sua logica di parodia della democrazia e il suo plagio del piccolo cabotaggio burocratico: dilagheranno gli appassionati delle riunioni che indicono altre riunioni, della diatriba sulle virgole, del capello spaccato in quattro, per comunicati stampa che nessuno leggerà (e nemmeno pubblicherà, del resto). Non intendo certo portare vasi alla mistica del fare (il dire, lo scrivere, il pensare, sono spesso le forme dell’agire politico), ma questi fenomeno li hai notati certamente anche tu. Il minoritarismo è la tomba dei movimenti e nulla vi è di più distorto, dal punto di vista della democrazia, che una qualsiasi assemblea con la pretesa di rappresentare i movimenti. Quale rappresentatività, infatti? Ponderata, a seconda della capacità di mobilitazione propria di ogni gruppo e/o individuo, ovviamente. Ma come misurarle, se non nel movimento stesso? La capacità di dirigere un’assemblea rappresentativa (in senso positivo, e non solo del manipolare, sia chiaro) può non rappresentare nulla quanto a virtù di movimento. Tutto vero.
Ma questa è metà della verità. Se fosse tutta la verità, se non vi fosse possibilità di continuare a pesare, in forme organizzative inedite, continuamente sperimentali e rivedibili, anche dopo l’acme dell’azione di massa, i movimenti sarebbero destinati a ingrassare i partiti per correggere i quali, e per combattere le cui derive, sono nati. Destino triste, ma soprattutto certo e consapevole. Una sorta di eterogenesi dei fini pianificata, programmata, scontata. Autolesionista, insomma, e il “facciamoci del male”, come sa chiunque abbia visto i suoi film non è mai generosità.
Non solo. Confondere questa mezza verità con tutta la verità costituisce l’alibi con il quale si eludono le responsabilità rispetto all’intero andamento carsico dei movimenti, di cui siamo perfettamente consapevoli (e che abbiamo addirittura teorizzato) nel momento in cui di un nuovo movimento facevamo da catalizzatori.

Insomma, proprio la novità di contenuti e metodi, la rottura dei vecchi schemi politici e l’innovazione nelle alleanze sociali (su cui varrà la pena tornare), deve imporci (e doveva) di inventare forme organizzativa adatte alle diverse fasi di un movimento carsico (irregolare per definizione). Di risolvere, cioè, una equazione tradizionalmente ritenuta impossibile: organizzare la spontaneità senza burocratizzarla.

Impresa da medaglie Fields della matematica, se vuoi. Noi, comunque, non ci abbiamo neppure provato. Abbiamo rinunciato a priori alla nostra capacità di immaginazione democratica. Ci siamo giustificati e continuiamo a giustificarci dicendo che non era possibile. Ma questo implica un passo successivo: considerare fatale, cioè alla lettera inevitabile, il processo per cui i partiti, contro la cui (deriva) politica un movimento nasce, si approprieranno della forza dei movimenti per rafforzare quella stessa (deriva) politica, per nulla rettificata ma semmai peggiorata.

 

Ma che senso mai può avere questo “rassegnarsi all’inevitabile”, visto che in realtà si tratterebbe di fattiva collaborazione a ciò che si denuncia? Che senso ha dare il proprio contributo di passione civile, energie, tempo, per rafforzare una politica che si ritiene deleteria? Se questo esisto esito fosse davvero ineludibile, allora sarebbe doveroso dire: mai più movimenti. Sarebbe doveroso rinunciare al piacere della lotta, se è già scontato che quella lotta darà frutti avvelenati.
Sarebbe anzi moralmente doveroso combattere la nascita di tali movimenti, non solo perché sarebbe certo il loro esito di frustrazione (per chi li anima), ma perché parteciparvi significherebbe lavorare consapevolmente per il re di Prussica, come diceva il buon vecchio Marx. Insomma, partecipando a un movimento – se davvero non fosse possibile organizzarne il peso anche nelle fasi “deboli” – saremmo consapevoli di esaltarci in un mero sfogo espressivo, fino al narcisismo (da cui sempre chi, come noi, “appare” è un po’ affetto: ma come side effect da tenere sotto controllo, non come consapevole ed unica sostanza e motivazione).

Ora perciò non possiamo più non affrontare questi nodi. Non possiamo più esimerci dall’esercitare immaginazione democratica. Perché fare movimento potrebbe tornare di nuovo necessario. E’ già necessario, anzi, ma i movimenti non si comandano, non si producono à la carte, si può solo provare a farsene catalizzatori quando l’indignazione diffusa ha raggiunto una certa soglia critica, mai definibile a priori e prima che marcisca in rassegnazione e fuga nel privato. Che tocchi a noi o ad altri essere in futuro questi catalizzatori, politicamente non fa differenza. La necessità di inventare le forme organizzative dei movimenti per le fasi deboli del loro andamento carsico è comunque ormai una questione cruciale per la democrazia.

Naturalmente, le cose – dunque anche il ciclo indignazione>movimento – non si presentano mai due volte nello stesso modo (ma non sempre la seconda volta è una farsa: potrebbe anche essere tragedia). Perché rinasca una stagione di movimenti potrebbe essere già troppo tardi, infatti. La delusione per lo spegnersi del biennio “senza se e senza ma”, e la sensazione che i “nostri” partiti non si “riformeranno” mai, potrebbe aver già spinto (quasi) tutti noi a ritirarci nel “particulare” (spesso serio, oltre che appagante) delle nostre professioni.

Eppure, presso la maggioranza dei sinceri democratici, la rassegnazione non deve ancora aver sopraffatto la passione civile (anzi), se ogni occasione viene empiricamente utilizzata, piccola o grande che sia, per manifestare la presenza diffusa dello spirito di San Giovanni 2002. Le primarie, il referendum. Le iniziative per dar vita all’Ulivo “dal basso”. I confronti con i dirigenti ai Festival de l’Unità (e le contestazioni plebiscitarie dell’inciucio sull’indulto: quella al segretario Fassino che tanto ha mandato in bestia il neo-direttore del Riformista Paolo Franchi, ad esempio). O le lettere all’Unità, mai così “unilaterali” in senso movimentista. E ogni dibattito sui libri di quei democratici senza sconto che la matita di Sergio Staino ha lusinghieramente catalogati come “brigata MicroMega”.
Proviamo a vedere, allora, dove abbiamo sbagliato, e cosa invece si può fare per il futuro (se un futuro di movimenti verrà).

La prima debolezza è stata quella di una stagione di movimenti separati tra loro da una quasi incomunicabilità (e talvolta sottilmente sprezzanti l’uno con l’altro) malgrado centinaia di migliaia di manifestanti fossero impegnati in tutti i movimenti. Debolezza, più che errore, perché il movimento pace/no global, quello sindacale e quello dei girotondi nascevano da premesse troppo diverse, per poter trovare una spontanea sintonia.

E tuttavia, avevamo in comune qualcosa di essenziale, che avremmo dovuto saper cogliere, valorizzare, organizzare: la possibile complementarietà per una democrazia rappresentativa da “reinventare”. Quella sindacale era azione rivendicativa tradizionale (occupazione, salario) capace però di sottolineare la propria valenza civile e culturale a difesa di tutti gli spazi autonomi di espressione della società civile democratica. Quella no global riusciva ad intercettare una spinta internazionalista di solidarietà per “i dannati della terra” che nella sinistra ufficiale è ormai esaurita. Ma che nella sua elementarità resta una spinta propulsiva irrinunciabile dell’essere – a – sinistra (e proprio per questo ha una capacità di attrazione presso i giovani che nei partiti è defunta).

Quella dei girotondi, infine, inferiore per capacità di mobilitazione (solo poco più di un milione di persone), ma portatrice di novità davvero decisive, che torneranno alla ribalta se, con il centro-sinistra, la restaurazione berlusconiana non finirà per stabilizzarsi in forma soft.

In primo luogo la dimostrazione di massa che prendere sul serio la cittadinanza (questa identità introvabile e vaga, a sentire la vulgata del realismo politico) poteva costituire la cosa più concreta, l’interesse vitale più sentito. Che, dunque, proprio i temi civili più astratti posso mobilitare, possono promuovere azione. Che non sono affatto astratti, allora. E che anzi proprio la realizzazione – per tutti e per ciascuno – delle eguali promesse di cittadinanza, costituisce l’unico antidoto alle derive identitarie delle appartenenze di “fede, sangue e suolo”, la cui dismisura di fanatismo è sempre in agguato.

La cittadinanza contro le appartenenze, contro le obbedienze identitarie, contro i privilegi corporativi. La libertà per l’eguaglianza e l’eguaglianza per la libertà. L’utopia azionista della democrazia presa sul serio. E su questo, una mobilitazione di massa, non l’amarezza e il sogno dei soliti “quattro gatti”.


Novità clamorosa. Che può aprire una nuova stagione democratica, una nuova strategia per la sinistra, una nuova analisi sociale, anche. Battendo in breccia tutte le ritrite giaculatorie su socialismo e terza via, e altre tiritere di apparato. La legalità come strumento proposito riformatore (radicalmente riformatore) anziché repressivo, strumento di eguaglianza anche sociale. La legalità del potere dei senza potere, insomma, che costringe gli estabilishement a non prevaricare. “La Legge è uguale per tutti” presa alla lettera e fatta strategia, questa esperienza vincente del dissenso dell’Est contro le nomenklature totalitarie, messo alla prova dentro la “democrazia di nomenklatura” in cui si è contratta ed è entrata in eclissi la democrazia italiana.
Di conseguenza, la questione sociale, la questione partitocratrica e la questione mediatica affrontate insieme, come volti complementari della questione “di classe” ora fondamentale: l’estabilishement populistico-videocratico-affaristico che fa blocco. L’individuazione del vero potere, nel kombinat partitocratrico-finanziario (protetto) – corporativo-catodico e per soprammercato clericale. E attraverso questa dirompente strategia di libertà civili per l’eguaglianza, la capacità di rompere i tradizionali schieramenti. E con ciò di essere più aderenti alle vere divisioni (e forse le società occidentali).
Non più, insomma, la geometria politica lineare, che pone Bertinotti all’estrema sinistra della coalizione di governo e Mastella alla destra estrema, attraverso lo scolorirsi successivo dei Di liberto, D’Alema, Rutelli, Marini. Ma quanto mai ingannevole, tarata sul tesso presunto di opposizione dei medesimi al capitalismo, mentre il capitalismo non lo combatte più nessuno. Descrizione dell’essere – a sinistra – che più retorica e innocua non si può. E del resto, chi più inciucista, quindi più subalterno al berlusconismo, alla destra di regime, che il presunto “sinistro” Bertinotti? E cosa c’è di sinistra a intrecciare peana per il dittatore Fidel?

Tutta questa geometria obsoleta si basa sull’equivoco per cui si è contro la “quintessenza” della destra (il capitalismo e la sua egemonia americana) più si è democratici. Di questa dialettica postmoderna ha fatto le spese a suo tempo anche Foucault, affatturato dal fondamentalismo komeinista, per non parlare di tutti i maosti d’Occidente, a scambiare per ondate libertarie le tracimazioni repressine della rivoluzione culturale cinese. Mentre si può essere contro Bush (o contro Berlusconi, se è per questo e “si parva licet”) da posizioni che ne riflettono la logica reazionaria in modo speculare – e a dismisura.
Quello che la pratica di massa dei girotondi ha resi evidente (guadagnandosi con ciò l’odio teologico di tutte le nomenklature d’apparato) è che la politica della legalità non costituisce una fissazione “giustizialista”, e la politica della pluralità e imparzialità dei media è tutt’altro che ossessione da intellettuali, ma che l’intransigenza su questi due temi propone una strategia nuova e vincente dell’essere – a – sinistra, perché va alla sostanza dello scontro sociale (scontro di classe, se si vuole, aggiornato alla realtà di oggi), all’inedito “blocco sociale della volgarità” attraverso il quale il kombinat delle nomenklature affaristico-politiche esercita la sua egemonia populista.

Di fronte alla novità di questo blocco sociale che la destra italiana ha saputo realizzare (gettando alle ortiche ogni vestigia di liberalismo – come del resto in altro paesi occidentali pure, Usa in primis – e financo di liberismo) proprio il movimento dei girotondi aveva abbozzato la strutturazione di un blocco sociale alternativo e largamente maggioritario. Attraverso la politica delle libertà civili e la loro valenza sociale, e la capacità che avevano (e hanno, e avrebbero) di disgregare l’accrocco populista.
A unificare i diversi movimenti, per “lo spazio di un mattino”, anzi per una memorabile serata a Firenze, fu solo la leadership di Cofferati. Alla quale volontariamente rinunciò, preferendo il garibaldino “obbedisco” verso chi, evidentemente, volle riconoscere come nuovo sovrano: la nomenklatura Ds. Non credo sia un caso (“Non credo alle coincidenze”, ripete costantemente Hieronymus Bosch, inteso come il detective degli straordinari romanzi di Michael Connelly) se i movimenti cominciano ad “estinguersi” proprio con la decisione di Cofferati di rientrare nei ranghi del cursus honorum della politica corrente.


In sintesi: la nostra colpa è quella di non aver saputo prendere sul serio e valorizzare il potenziale strategico che il carattere concreto, socialmente concreto, delle nostre richieste “universali” portava con sé.
Perché questa falsa modestia foriera di irresponsabilità? Perché ci avrebbe costretto a riconoscere ormai (e di non poter più non essere) un “soggetto politico a 360 gradi”. E a porci quindi il problema ineludibile della rappresentanza, dal momento che viviamo in una democrazia rappresentativa, e che non la consideriamo un “male minore”, un momento tattico e provvisorio, da superare in direzione della democrazia diretta. Anzi, la forza radicale dei movimenti fu proprio quella di assumere come proprio l’orizzonte istituzionale della democrazia rappresentativa, e dunque di stigmatizzarne e combatterne la riduzione a finzione operata dal kombinat affaristico-partitocratico-mediatico. La partitocratizzazione (nella forma ultima e post moderna più volte accennata) come svuotamento di rappresentatività, sottrazione di cittadinanza, e dunque necessità/possibilità di rinnovarla, dovere di reinventarla, questa democrazia rappresentativa, delegata, parlamentare. In cui i movimenti, col loro carattere costantemente cangiante, diventassero presenza stabile, parte della riforma istituzionale.
Non abbiamo voluto affrontare questa responsabilità. E dunque, invece di esercitare immaginazione democratica, per inventare nuovi strumenti di partecipazione e controllo (in una democrazia rappresentativa) siamo precipitati nello wishful thinking della “teoria del pungolo”. I movimenti, anche un movimento niente affatto settoriale bensì “di cittadinanza” come i girotondi, non possono diventare soggetti politici permanenti, devono solo essere “pungolo” provvisorio per il rinnovamento dei partiti. I movimenti scuotono l’albero, i partiti ne raccoglieranno i frutti, che ne frattempo, pungolati/innestati dal movimento, non saranno più i frutti avvelenati dell’inciucio e della subalternità.
Che la teoria del pungolo fosse un pio desiderio, credo sia ormai al di là di ogni ragionevole dubbio. I movimenti hanno scosso l’albero con energia e passione ed efficacia straordinarie, i partiti ne hanno raccolto i frutti ma hanno pervicacemente rifiutato ogni innesto di idee, valori, pratiche. Hanno anzi diabolicamente perseverato nell’inciucio e nella subalternità.

Era davvero imprevedibile questo comportamento dei partiti? O non lo avevamo piuttosto scontato e perfettamente immaginato? Il carattere strutturale della deriva partitocratrica, e dunque dei comportamenti da nomenklatura di (quasi) tutti i dirigenti Ds, non solo era stato analizzato da anni sotto tutti i profili, ma proprio tu hai sintetizzato quegli anni di analisi nel tuo sacrosanto “anatema” di piazza Navona.
Perché dunque abbiamo preferito illuderci consapevolmente? Perché, dopo San Giovanni, abbiamo trattato la tua sintesi di piazza Navona come uno sfogo umorale, che una positiva evoluzione dei “nostri” dirigenti avrebbe rapidamente consegnato agli archivi, anziché come un appassionato ma lucidissimo compendio della situazione reale e strutturale dei partiti di centro-sinistra?
Perché ne avremmo dovuto trarre conseguenze faticose.
Ripeto: non si trattava di diventare partiti (peggio: partitini). E meno che mai di cambiare vita, di trasformarci in politici a tempo pieno. Ma c’erano, ci dovevano essere, ci sono, soluzioni capaci di tener fermo il carattere di brocoleur politici per quanti animano un movimento e al tempo stesso di realizzare per quel movimento, le sue idee, i suoi valori, una presenza autonoma ed efficace nella vita politico-istituzionale.

Presenza permanente ma aderente al carattere cangiante e “in movimento”, appunto, dei movimenti. Una presenza permanente ma, dal punto di vista delle forme organizzative, a geometria variabile.
Perché non si sfugge: se ciò davvero non fosse possibile sarebbe più onesto e responsabile rinunciare al piacere della lotta, a quella felicità di partecipazione, analizzata da Hannanh Aredt. Perché l’esito non sarebbe solo “il danno e le beffe” di un rinnovato strapotere partitocratrico, ma il sopravvenire di una delusione di massa, presso l’elettorato democratico, che può facilmente precipitare in catastrofe: come dimostrano i milioni di voti che possono passare direttamente dal Partito comunista francese a Le Pen (qui da noi la Stalingrado d’Italia, Sesto San Giovanni, passò inopinatamente al populismo berlusconiano). Ecco perché, se davvero dunque…ecc, rinunciare a promuovere movimenti, e anzi fattivamente impedirne il sorgere, sarebbe più responsabile, più morale, soprattutto più generoso.

Almeno ora, perciò, dobbiamo smettere di nasconderci ciò che sappiamo perfettamente. I dirigenti dei partiti capiscono solo un linguaggio: quello della perdita del potere. Della quota di rappresentanza. E anzi: temono unicamente il venir meno del monopolio della rappresentanza sul “proprio” elettorato. Questo è per loro assai più grave di una sconfitta. Vincere o perdere le elezioni significa solo una temporanea redistribuzione, più o meno favorevole, delle quote azionarie dell’azienda “potere-politico”. Ma la perdita del monopolio sul “proprio”elettorato annuncia come possibile qualsiasi sconvolgimento della rappresentanza. E questo spiega l’apparente paradosso di un centro-sinistra troppo spesso disposto a perdere le elezioni, piuttosto che a far spazio a nuovi ed autonomi alleati (l’enigma del masochismo di cui abbiamo parlato all’inizio). Questa è la radice dell’odio teologico versoi movimenti: che possono rompere il monopolio delle nomenklature sull’elettorato. Temono l’autonomia dei movimenti solo per questo. Altrimenti sanno che i movimenti li ingrassano, sono portatori d’acqua. Se si vuole influire sui partiti bisogna dunque saper parlare questo loro linguaggio. Bisogna poter minacciare, e credibilmente, una sottrazione di rappresentanza. Credibilmente: cioè essere pronti ad operarla.
Di conseguenza, bisogna sapersi sottrarre alla seduzione più pericolosa, all’arma letale delle nomenklature, alla sirena dell’unità. La mitizzazione dell’unità è sempre sbagliata, anche quando l’obiettivo dell’unità – su determinati obiettivi – è possibile e necessario. Ne abbiamo fatto esperienza noi stessi.

Perché San Giovanni è nato sulla spinta dell’unità, ma a partire da quella brutale violazione dell’unità che era stato il tuo “j accuse” di piazza Navona. E in ciò non si cela nessun paradosso. L’unità che spinge oltre un milione di persone a riunirsi a San Giovanni il 14 settembre del 2002 è l’unità della intransigenza contro Berlusconi. Del rifiuto dell’inciucio, della subalternità, della passività, rimpannunciate da “cautela” o “moderazione” o “realismo”. Quella unità era la più sentita dall’intero “popolo di sinistra”, dagli elettori dei Ds e anche della Margherita. Ecco perché, dopo aver osteggiato in tutti i modi la manifestazione, i capipartito fecero carte false pur di essere invitati a parteciparvi.
Per fortuna abbiamo tenuto dritta la barra, sulle orme dello scrivano Bartleby: “Preferirei di no”.
In quel momento, dunque, era possibile essere unitari al massimo rispetto al sentire popolare e “scissionisti” senza se e senza ma nei confronti dei “desiderata” dei vertici. Due facce di una stessa coerenza: la cura per l’autonomia del movimento. Non sempre è possibile, però, contrapporre unità ad unità, ed apparire (oltre che essere) i più unitari. Non appena il culmine della presenza di massa in piazza cede il testimone a fasi di “riflessione”, il che è inevitabile poiché una mobilitazione che non si esaurisce si chiama rivoluzione, la diana dell’unità verrà imbracciata dalle burocrazie come una lupara di intimidazione: se li critichi fai il gioco del nemico. Non è una novità del resto è la vecchia logica staliniana e togliattiana, che ha sempre utilizzato il mito dell’unità come alibi per schiacciare il dissenso.
Se dunque sarebbe infantile continuare in un “en attendant Godot” di autoriforma dei partiti, poiché l’unico linguaggio che può spingerli a cambiamento è il timore di perdere una quota di rappresentanza del “loro” elettorato, bisogna rendere attuale, incombente, operativo tale timore. Cioè organizzare la minaccia corrispondente. E questo, senza mai rischiare di diventare a nostra volta dei professionisti della politica, dei politici a tempo pieno.

Forse è (era, potrebbe essere) meno difficile di quanto appaia. E certamente non impossibile.
Prima indicazione: cogliere tutti i varchi offerti dalle stesse iniziative della politica “ufficiale”, tutti gli spazi che nascono dalle inevitabili contraddizioni di essa.
Ad esempio: le primarie, tutte le volte che si fanno, oppure che vengono teorizzate e poi non si fanno, oppure che vengono realizzate ma in modo da addomesticarle. In ciascuna di queste occasioni un movimento può partecipare con le modalità più efficaci, volta a volta diverse (geometria variabile!). Con un candidato autonomo, con una campagna di boicottaggio se sono state trasformate in beffa, con l’appoggio ad uno dei candidati ufficiali che però rompe gli schemi di nomenklatura (il caso Rita Borsellino). Ad esempio, forse addirittura partecipando alla fondazione dell’ipotetico partito democratico. E organizzandone intanto gli “entusiasti” che si vedranno ben presto frustrati dalle inadempienze di vertici che pure della necessità di tale partito si gargarizzano l’ugola ogni giorno (preferibilmente in prime time), come sempre.
Ma soprattutto smettendola di sottrarsi (di sottrarci) agli appuntamenti istituzionali. Che nella nostra democrazia rappresentativa sono le consultazioni elettorali – e i referendum.
Sia chiaro: tu ed io, e la maggior parte di quanti vengono identificati come gli “esponenti” dei girotondi o di altri movimenti, non intendono affatto ipotizzare una qualsivoglia loro candidatura. Ma se i movimenti non avanzeranno mai candidature, i partiti potranno tranquillamente perseverare come se i movimenti non fossero mai esistiti, come se i loro ideali e i loro valori non fossero più vissuti da milioni di cittadini democratici.
E invece – in questo Pancho  ha assolutamente ragione – esiste un elettorato orfano, e se verrà lasciato a se stesso, senza possibilità di essere rappresentato nei suoi valori, finirà per disertare le urne. O magari per precipitare in metamorfosi tra l’avventura estremista e la consolazione reazionaria. E anche di questo non potremmo non dirci corresponsabili.
Perché abbiamo a disposizione – continuamente – occasioni istituzionali e mancarle sarebbe peccato d’omissione. Talvolta la legge elettorale regala a forze marginali un ruolo cruciale, di ago della bilancia. Da “Ghino di Tacco”, se vuoi. E allora perché non organizzarlo autonomamente, quell’uno-due per cento di cui il centro-sinistra non può fare a meno se vuole davvero vincere? E magari si scoprirebbe che è più opulento di quella percentuale comunque strategica.
Perché, o è puro delirio catastrofista l’inventario di inciuci, berlusconismi e altri tradimenti del centro-sinistra cui ho accennato in queste pagine, e allora l’idea di mettere a repentaglio il monopolio degli attuali partiti di centro-sinistra sul “loro” elettorato costituirebbe da parte nostra un peccato imperdonabile (teologicamente, il peccato d’orgoglio). Ma in tal caso dovremmo fare solennemente voto di smetterla di lamentarci dei “nostri” governanti. E’ questione elementare di serietà. Di dignità, addirittura. Se non siamo disponibili a operare con gli unici strumenti che possono spingerli a cambiare, vuol dire che ci vanno bene così. E che le geremiadi in contrario appartengono alla serie del “chiagni e fotti” (benché si tratti uno strano fotti).
Oppure non è accettabile che prendano i nostri voti (elettorali) per fare una politica irriconoscibile rispetto ai nostri voti (del cuore e dell’intelligenza). Ma allora dobbiamo essere conseguenti: rifiutare come ormai indecente ogni ricatto del tipo “finirete per far vincere Berlusconi” e rispedirlo con disprezzo al mittente. Dichiarare anche anzi esplicitamente, solennemente, collettivamente, che se i partiti di centro-sinistra, attraverso l’azione quotidiana di governo e l’approvazione urgente delle leggi necessarie non daranno soddisfazione a quel “cahier de doléance” minimalista che sono le richieste stranote in fatto di conflitto di interessi, giustizia, pluralismo televisivo eccetera, NON LI VOTEREMO PIU’. Anche a rischio che in questo modo vinca per una terza volta Berlusconi.
E intendendo quel “collettivamente” come la volontà operante – fin da subito – di organizzare il dissenso pronto al non voto. Di organizzarlo, fino all’ipotesi di liste autonome alternative. Noi, personalmente, non intendiamo presentarci. D’accordo, e non ripetiamo più. Ma possiamo e dobbiamo spenderci per sostenere qualcuno che rappresenti i valori dei movimenti, qualcuno che lo faccia “a tempo determinato” (un solo mandato, ad esempio, e poi torna alla professione), anticipando così nei fatti riforme istituzionali deburocratizzanti. Dobbiamo – tutti assieme – sostenere come contro candidato chi – credibile per la sua intera biografia nel rappresentare i nostri valori – è disponibile ad essere più generoso di noi, a dedicare qualche anno della sua vita alla politica rappresentativa senza la prospettiva di un futuro cursus honorum di estabilishement. Si tratti di consultazioni locali, nazionali, europee.
Per non parlare dei referendum abrogativi, che di fronte all’accidia di governo nelle abrogazioni promesse dell’antidemocratica legislazione berlusconiana, potrebbe e forse dovrebbe diventare di nuovo uno strumento di lotta.

Caro Nanni e cari tutti, non pensate che di tutto questo sia almeno necessario discutere apertamente e subito? Perché delusione e frustrazione sono tali che già da settimane si moltiplicano le invocazione a un nuovo Palavobis. Da sponde talvolta sorprendenti e perfino equivoche. Da praticanti e virtuosi dell’inciucio, per dire, non si capisce se fulminati sulla via di Damasco o se semplicemente perché esclusi dalle pole position delle lottizzazioni in corso. Ma che senso possono avere nuovi Palavobis, per fare pressione in vista di leggi sull’incompatibilità meno indecenti di quelle di cui si parla, senza affrontare la formulazione di un intero, benché minimo, “cahier de doléance” ultimativo? E soprattutto senza discutere, proporre, decidere le misure pratiche, di sottrazione del monopolio della rappresentanza, ai partiti che tale carattere ultimativo volessero una volta di più spregiare di arroganza e/o manipolazione?
Due, cento, mille Palavobis, dunque. E intanto uno, al più presto, magari. Ma non con ennesimo sfogo, ennesima occasione per riscaldare i cuori sapendo che la speranza è pura illusione, e che siamo comunque rassegnati a delegare ai partiti la mannaia su quelle speranze. Illudersi è faccenda personale, illudere diventa colpevole irresponsabilità, invece.
Non perdiamo di vista, allora.

Con un fiducioso abbraccio



Inutile dire che "sottoscriviamo in pieno" l'analisi e la "rabbia"...
nessun nostro voto a chi ha tradito e tradisce

Per rivedere e riascoltare il 14 settembre 2002, a San Giovanni, clicca qui
(file in Real Player dall'archivio del sito di Radio Radicale, con interventi, tra gli altri di don Luigi Ciotti, Elio Veltri, Gino Strada, Dario Fo e Franca Rame, Paolo Flores d'Arcais, Nanni Moretti, Pancho Pardi...)


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