Il Mostro di Busalla

scritto da Espresso il .

Schiacciata tra il paese e l'autostrada. Due incendi in tre anni. Torna l'allarme sulla raffineria Iplom in Liguria. Tra chi vuole chiuderla e chi la difende...


DI ENRICO AROSIO E FRANCESCO BONAZZI

Se lo ricorda eccome, Michela Bologna, lo scoppio e l'incendio del 2005 alla raffineria Iplom di Busalla. "Era settembre, le dieci di sera. Avevo aperto la finestra perché sentito dei soffi, dei sibili strani. Di colpo l'esplosione, la vampata di fuoco, alta decine di metri, la colonna di fumo nero. Ho urlato, ho chiamato tutti, siamo scappati in strada chi in pigiama, chi in vestaglia. Le famiglie intorno sono sfollate come noi, qui davanti si stava svolgendo una sagra. I carabinieri sono arrivati dopo più di due ore. Siamo rientrati dopo l'una di notte, l'asfalto ci si scioglieva sotto le scarpe".

La signora Bologna alla Iplom ci pensa di continuo. Ai rumori, agli odori di benzina, di zolfo, di uova marce, secondo il vento. Al valore calante della villetta primo Novecento costruita dal nonno. Siamo davvero a un tiro di fionda dalla raffineria, il mostro di Busalla nell'imbuto della Valle Scrivia, dietro i monti di Genova. Le sue denunce sono finite nel vuoto, un paio di volte ha trovato la macchina danneggiata. La raffineria dà lavoro, ma oggi è soprattutto una fonte di allarme per la comunità, 5.800 abitanti schiacciati da un groviglio di cisterne, torrette, camini e chilometri di tubature letteralmente appoggiato all'autostrada A7 Milano-Genova. Un settore degli impianti, addirittura, continua dall'altra parte delle quattro corsie, collegata da un sottopasso. Di notte l'impianto è ingioiellato di tubi bianchi al neon (la lavorazione è a ciclo continuo), e pare di attraversare il set del film 'Brazil' di Terry Gilliam. Un posto assurdo, per produrre gasoli, bitumi, oli combustibili a basso tenore di zolfo. La desolforazione dell'idrogeno è tra i primi fattori di rischio. Ora si attende da Roma il via libera all'Aia, autorizzazione integrata ambientale. E i busallesi si agitano.

È dagli anni Ottanta che accadono incidenti: scoppi, ferimenti di operai, falle nelle tubature, sversamenti di oli e nafta nello Scrivia, nubi gassose. Ogni volta l'allarme, la riparazione, le scuse, le promesse. Ora la novità. Dopo il secondo incendio grave in tre anni, lo scorso 31 luglio, avvenuto - sembra uno scherzo - subito dopo l'Open day aziendale (fu chiusa l'autostrada), la comunità locale, dove non abbondano i Robespierre, condizionata com'è dal fattore lavoro (in 250 lavorano alla Iplom, altri 50 nell'indotto), si è data una mossa. In 600 hanno partecipato alla fiaccolata di protesta, senza aspettare le indicazioni del Comitato di salute pubblica. Appaiono volantini e manifesti. Un architetto, Emanuele Piccardo, apre un blog (busalla2013.wordpress.com) per denunciare "questa piccola Gela sottocasa". In paese girano battute forti: "Ci scappasse il morto, finalmente arriverebbero i telegiornali". A settembre il sindaco Mauro Pastorino scrive ai cittadini che "la Valle Scrivia e la Iplom non sono compatibili", a fine novembre invia una lettera ufficiale a tre ministeri (Interno, Sviluppo economico, Ambiente), alla Prefettura, alla Regione e alla Iplom medesima. Chiede di delocalizzare la fabbrica.

Il sindaco è un chirurgo a capo di una lista civica. "Io sono contro l'allarmismo stupido, le voci sui tumori a Busalla, ad esempio, sono fuori luogo. La Iplom ha investito in sicurezza e tecnologie in questi anni, però è evidente: neanche in Ruanda si piazzerebbe una raffineria in mezzo a un paese. Dalla raffinazione semplice si è passati al cracking, processo a bassa emissione di zolfo che avviene ad alta pressione e alte temperature. Ma la proprietà, la famiglia Profumo, non ci informa delle nuove produzioni. E non possiamo accettare ampliamenti e modifiche del ciclo produttivo in assenza di trasparenza".

A 'L'espresso' il presidente Giorgio Profumo assicura: "La lettera ci è arrivata solo il 5 dicembre. Faremo tutto il possibile per rispondere prima dei 60 giorni richiesti". Quanto al trasloco della raffineria, Profumo risponde così: "Siamo disponibili a parlare con persone affidabili che abbiano una strategia per identificare il sito, provvedere alle nuove autorizzazioni e reperire la maggior parte delle risorse indispensabili a un trasferimento".

L'imprenditore non chiude la porta. Ma la politica quanto è compatta? Il presidente della Liguria Claudio Burlando dice: vorremmo delocalizzare ma non troviamo l'area. A parole sono critici anche gli assessori interessati, il consiglio regionale si esprime all'unanimità per spostare la raffineria da Busalla, ma poi il capogruppo del Pdl, Nicola Abbundo, un cattolico di area scaioliana, chiede di mantenere l'azienda in loco. A parte questo minimo indizio, dove sono le sponde politiche della Iplom? E che tipi sono i Profumo?

Il classico ingegnere chiuso in fabbrica dalla mattina alla sera. Chi lo conosce bene descrive così il cinquantaquattrenne Giorgio Profumo, nessuna parentela con il più famoso Alessandro di Unicredit. Suo fratello Luigi, due anni in più e somiglianza gemellare, è l'unico che "va un po' in giro", dove s'intende l'impegno nella Confindustria di Genova, non certo l'andare per salotti. La famiglia Profumo controlla da sempre quella che loro, con understatement ligure, definiscono la più piccola raffineria italiana, fondata da papà Giovan Battista nel 1931 a Moncalieri, alle porte di Torino, e trasferita a Busalla durante la guerra. Ma nonostante l'abitudine a minimizzare, Iplom è pur sempre un gruppo da un miliardo di euro di fatturato (5,2 milioni l'utile 2007) controllato dalla Finoil, holding di famiglia con prestigiosa sede milanese nella Torre Velasca. Due anni fa, i Profumo hanno fatto un po' di cassa cedendo il 20 per cento di Iplom a due fondi di private equity statunitensi sponsorizzati dai francesi di Société Générale, mentre il 30 per cento è in mano agli svizzeri di Energy Management. Insomma, non esattamente una compagine di provinciali.

Altri petrolieri, con questi numeri, avrebbero magari comprato una squadra di calcio di serie A. Invece i Profumo della Valle Scrivia al massimo finanziano il Busalla Calcio, la pallavolo femminile, regalano l'ambulanza alla Croce Verde, e i dirigenti si concedono alle scolaresche per spiegare che della raffineria non c'è da avere paura. Pagano stipendi sopra la media, e forse non è un caso se alla Iplom il sindacato non è troppo barricadero. Anche perché l'azienda investe molto in sicurezza. Ma il suo punto di forza è l'oleodotto che collega la raffineria al porto petrolifero: un unicum in tutto il Nord-Ovest. Se la Regione volesse imporle il trasloco, si dovrebbe trovare un accordo al ministero delle Attività produttive. Dove per accordo, s'intende una montagna di fondi pubblici. Non che il ministro Claudio Scajola, potente ras ligure, non sarebbe in grado di trovarli. Ma se sul caso Iplom Scajola, impareggiabile tagliatore di nastri tricolori, non ha mai proferito parola, forse significa che sarà più facile che a spostarsi sia l'autostrada.

I busallesi, comunque, non sono talebani. A giugno 2009 si vota. Il sindaco Pastorino assicura che, se mai la Iplom si spostasse, "l'area manterrebbe una vocazione industriale, ma per produzioni leggere, compatibili col territorio". Lo sfidante di centro-sinistra, Marco Bagnasco del Pd, presidente della Comunità montana, dichiara: "È impensabile che la Iplom delocalizzi senza incentivi, né che si riconverta in una fabbrica di cioccolata. Ma il ricatto occupazionale non basta più. Il comparto industriale della Valle Scrivia occupa dieci volte gli addetti della Iplom". A Genova c'è stata un'esperienza che qui citano in molti: il gruppo Erg dei Garrone a Bolzaneto ha smontato la raffineria convertendo l'area al terziario commerciale e alla residenza. Ma a Garrone, tra i petrolieri, viene riconosciuta una qualche sensibilità per l'ambiente. Si può dire lo stesso dei Profumo?

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