Bufera sul Pd, dopo il sindaco di Pescara finisce nei guai anche un parlamentare

scritto da Il Secolo XIX il .

«Abbiamo avuto un risultato negativo: non mi nascondo di essere il responsabile della situazione e dobbiamo guardarci tutti in faccia»: Walter Veltroni, segretario del Pd, ha trascorso ieri la sua giornata più nera da quando è alla guida dei Democratici. Non c'è stata solo la sconfitta in Abruzzo che, peraltro, era messa nel conto; non solo la tumultuosa avanzata di Antonio Di Pietro a fronte del risultato più basso registrato del Pd; non più solo i boatos di inchieste giudiziarie che lambiscono il partito in Campania: proprio ieri sono arrivate le due mazzate, rappresentate prima dall'arresto del sindaco di Pescara, Luciano D'Alfonso per una tangente da 200mila euro, e subito dopo la richiesta di un analogo provvedimento per il deputato Salvatore Margiotta, implicato in una vicenda di ben altre dimensioni, assieme all'amministratore delegato di Total Petroli. In poche ore, l'intero Pd è precipitato in un clima di assedio. Con il rischio che la riunione della Direzione, fissata per venerdì, possa rappresentare il punto di non ritorno. Lì, Veltroni giocherà la sua ultima carta: il ricambio della classe dirigente...


Potrebbe non bastare.

Anche perché la questione morale che sta lacerando il Pd è l'arma più forte nelle mani di Di Pietro, ex alleato, che nel partito ora, in molti, vedono o come l'ultima speranza cui aggrapparsi o come la zavorra che farà affondare la barca. Oggi, l'ex pm riunirà l'esecutivo nazionale dell'Idv e detterà le condizioni: «Abbiamo ottenuto un risultato che ci responsabilizza - ha già anticipato ai cronisti - Da oggi, oltre a denunciare la politica truffaldina e piduista del governo Berlusconi, vogliamo costruire l'alternativa: ma solo con chi crede che la questione morale debba essere messa al primo posto dell'agenda. Nel Pd devono scegliere tra chi la pensa come noi e chi, invece, va avanti con i pizzini». Altrettanto velenose sono le frecciate che arrivano dalla sinistra tradizionale, che proprio Veltroni ha scaricato alla vigilia delle ultime politiche, e che ora rinfaccia al segretario come la ragione del magro risultato elettorale: «Fin dove vogliono arrivare quelli del Pd, prima di accorgersi che si sono fatti male da soli?» si chiede Oliviero Diliberto, Pdci. C'è, infine, da tenere botta nei confronti degli avversari, impietosi: «I furti hanno convinto la gente a non votare per la sinistra» dice, a nome del centrodestra, il leader leghista Umberto Bossi.

Ieri Veltroni si è presentato davanti all'assemblea dei parlamentari del Pd e non si è nascosto: «Dobbiamo guardare in faccia il risultato negativo ottenuto. Dobbiamo capire le ragioni profonde del malessere che si è manifestato, e non fermarci, come invece sta accadendo in queste ore, a letture politiciste del risultato. Quando il Pd ha saputo esibire la sua natura innovativa sono arrivati i consensi, ma ogni volta che "il vecchio si aggrappa ai piedi", noi paghiamo un prezzo altissimo», ha detto il segretario. Quel riferimento al vecchio è stato interpretato da molti come l'avvisaglia di un terremoto che potrebbe scuotere il partito: "vecchio", ad esempio, è Ottaviano del Turco, l'ex presidente della Regione Abruzzo, arrestato per una vicenda di tangenti, e che ieri, a scrutinio ultimato, s'è detto «molto soddisfatto della sconfitta» di quello che era, fino a due settimane fa, il suo partito, il Pd.

Ma vecchi sono molti dei dirigenti locali che, guarda caso, sono quelli che finiscono, prima o poi, nelle maglie delle Procure. «Abbiamo suscitato la maggior delusione - ammette Goffredo Bettini, coordinatore della segreteria e, forse, il più ascoltato consigliere di Veltroni - Eravamo nati per rinnovare la politica e le istituzioni, e non ci siamo riusciti. Ora dobbiamo rinnovare, a cominciare dalla classe dirigente». Il timore che il Pd sia finito al centro di un'oscura macchinazione aleggia: «Sarebbe, però, sbagliato andare alla ricerca di una regia occulta dietro gli arresti. Le responsabilità penali sono individuali e noi rispettiamo il lavoro dei magistrati. Quello che, invece, sicuramente è evidente è l'attacco mediatico cui siamo sottoposti, che punta a metterci sott'acqua», sostiene Bettini.

Ma Veltroni, davanti alla Direzione, dovrà scegliere: con o contro Di Pietro, dentro o fuori dal Pse a Strasburgo; sostenere o isolare i dirigenti sotto inchiesta. La questione Di Pietro è quella che, al momento, rappresenta l'insidia maggiore. Per un netto taglio con l'Idv c'è un esercito agguerrito: da Europa («Insistere in questa alleanza è un suicidio», si legge nel fondo di ieri), a Marco Follini (che presenterà una mozione per sciogliere ogni intesa). Ma l'ala Ulivista del Pd non è da meno: «Prendersela con Di Pietro è solo un tentativo di esorcizzare la situazione: non è un caso se tutto il centrodestra preme perché noi si chiuda il rapporto con lui. E non dobbiamo dimenticare che la questione morale ci ha colpito e Di Pietro non c'entra nulla», dice Franco Monaco, uno dei Prodiani. Poi c'è chi, come Arturo Parisi, non vede l'ora di presentare a Veltroni un suo conto tutto personale: «L'Ohio era alla nostra portata, l'Abruzzo no - ironizza - Il nostro elettorato sta smobilitando e preferisce astenersi. Il problema è proprio il Pd». «La relazione del segretario sarà esaustiva, anche sulla questione delle alleanze e sarà votata», annunciano i collaboratori di Veltroni, «anche se nessuno deve interpretare questo appuntamento come la resa dei conti finale», aggiunge Anna Finocchiaro. Sulla questione morale, legata all'alleanza con Di Pietro, la proposta di Veltroni è nota: tutti i dirigenti inquisiti, in base allo statuto, devono fare un passo indietro. Da qui la conseguenza di rinnovare il partito.

Angelo Bocconetti

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