Fotia, sulla confisca dei beni il tribunale decide tra 10 giorni
La Stampa - ed. Savona
27/06/2012
Fotia, sulla confisca dei beni il tribunale decide tra 10 giorni
Gli “auguri” di Abbondanza: slip in una busta e la frase: “Resterete in mutande”
MARCO RAFFA
SAVONA
Pietro Fotia
Cristian Abbondanza
Si saprà tra una decina di giorni se il collegio del tribunale di Savona - presidente Giovanni Zerilli, giudici Marco Canepa e Francesco Meloni - accoglierà o meno la richiesta della Direzione Investigativa Antimafia di Roma per la confisca di buona parte dei beni di Pietro Fotia, del fratello Donato e del padre Sebastiano. Appartamenti, auto, mezzi di cantiere: un patrimonio che secondo la Dia - rappresentata ieri in udienza dal sostituto procuratore di Savona Ubaldo Pelosi, che già coordina l’inchiesta «Dumper» per appalti e mazzette al Comune di Vado nel cui contesto Pietro Fotia venne arrestato nel maggio 2011 - i Fotia non sarebbero in grado di giustificare.
Su questo assunto ieri l’udienza si è svolta in camera di consiglio, quindi a porte chiuse - c’è stato un contraddittorio tra Pelosi e i legali di Fotia, Giovanni Ricco e Giancarlo Pittelli. Da una parte infatti l’accusa ha in parte ridimensionato, sulla base dei calcoli presentati dalla difesa, la «discrepanza» tra i valori contestati e le somme di cui - tra mutui, stipendi delle mogli, introiti dell’attività imprenditoriale - i Fotia hanno potuto giustificare il possesso, ritenendo però in ogni caso molto alto il divario tra il patrimonio «lecito» e quello «sospetto», tanto da chiederne la confisca.
Dall’altra parte la difesa ha invece sostenuto di aver giustificato punto per punto, evidenziando anche voci che la Dia non aveva indicato, la provenienza di tutto il denaro utilizzato per l’attività e l’acquisto di immobili. «La Dia - ha commentato l’avvocato Ricco a fine udienza - può chiedere la misura di prevenzione solo in due casi: se i destinatari fanno parte di associazioni di stampo mafioso o se vivono di proventi di reato. L’ultima condanna per Fotia padre è del ‘91, 21 anni fa mentre i figli sono incensurati».
Pietro Fotia e i due fratelli Donato e Francesco hanno assistito all’udienza. Poco prima di cominciare, il patron della Scavo-Ter ha mostrato una busta ricevuta a dicembre, inviatagli da Cristian Abbondanza della Casa della Legalità: dentro, un paio di slip rossi e l’augurio di «rimanere in mutande». Un chiaro riferimento alla richiesta di confisca da parte della Dia che però - rileva Fotia - a dicembre 2011 non era ancora stata formalizzata (è stata depositata a fine febbraio).
In attesa che il collegio dei giudici sciolga la riserva sull’istanza della Dia, proprio ieri i legali di Fotia hanno depositato nella cancelleria del giudice Fiorenza Giorgi una richiesta di revoca dell’ interdizione (nove mesi) nei rapporti con la pubblica amministrazione. Uno strascico dell’inchiesta Dumper - per la quale è imminente da parte del pm Pelosi la richiesta di rinvio a giudizio per Drocchi, Fotia, Balaclava e altri - legato a presunti reati commessi nell’ottenimento di appalti pubblici. Allegata all’istanza, una busta con un assegno circolare di 40 mila euro intestato al Comune di Vado.
«Ci accusano, noi neghiamo ma oggi intendiamo dimostrare la massima disponibilità, di aver ottenuto soldi in più per alcuni appalti - spiega Ricco. «La richiesta di revoca è stata riformulata modificando il modello gestionale dell’azienda, come richiesto: esclusione assoluta di sponsorizzazioni (i soldi dati al basket Vado di Drocchi erano, secondo la Procura, lo stratagemma per coprire le tangenti, ndr) e, per gli appalti superiori ai 20 mila euro, il parere vincolante di un collegio di esperti con due professionisti esterni all’azienda. Nessuno offre tante garanzie di trasparenza».










