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Omicidio di Salvatore Cordì - Clan Cataldo, indagini chiuse


Locri

Omicidio di Salvatore Cordì, prossima la richiesta di rinvio a giudizio

Clan Cataldo, indagini chiuse

Antonello Lupis

LOCRI – Chiusura delle indagini preliminari e imminente, quindi, richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm reggino Antonio De Bernardo a carico di due Cataldo di Locri e di altre cinque persone ritenute dagli investigatori della Polizia affiliate all'omonimo e potente clan locrese finite in manette nel dicembre del 2005 a seguito delle indagini scaturite dopo l'omicidio del boss locrese Salvatore Cordì, 51 anni, assassinato a Siderno a colpi di lupara il 31 maggio del 2005.

La decisione del magistrato reggino, se seguita, appunto, dalla possibile imminente richiesta di rinvio a giudizio degli indagati, blocca, di fatto, l'eventuale rimessione in libertà degli arrestati a causa della scadenza dei termini di custodia cautelare.

Come si ricorderà a seguito dell'operazione "Pr 659 Dead" in manette finirono i boss Antonio, alias "Pupazzedda", e Francesco, alias "U professori", Cataldo, di 50 e 47 anni, di Locri, ritenuti a capo dell'omonimo clan della 'ndrangheta, e i presunti affiliati – secondo i vari rapporti delle forze dell'ordine – Domenico Zucco, 24 anni, Giuseppe Zucco, 44 anni (padre di Domenico), Salvatore Panetta, 41 anni, il nipote Antonio Panetta, 28 anni, e Roberto Zucco, 33 anni (secondogenito di Giuseppe), tutti di Locri.

Con la retata del dicembre 2005, quindi, la Polizia di Stato di Siderno, diretta dal vicequestore Rocco Romeo, chiuse il cerchio su una vasta operazione antimafia scaturita, in particolare, subito dopo l'omicidio di Salvatore Cordì, 54 anni, nipote del capoclan Antonio Cordì, "U ragiuneri", assassinato, in risposta all'assassinio di Giuseppe Cataldo, 36 anni, avvenuto a Locri a metà febbraio del 2005, nel centro a Siderno.

Un delitto di mafia – che rientrò a pieno titolo nella sanguinosa e più che decennale faida tra i clan Cordì e Cataldo – che secondo quanto sostenuto la settimana scorsa dagli inquirenti, avvenne in diretta telefonica.

Uno dei componenti del commando omicida, infatti, – secondo gli inquirenti – fece inavvertitamente partire una telefonata dal proprio cellulare, che era controllato dalla Polizia nell'ambito di un'attività investigativa incentrata su presunti affiliati al clan locrese dei Cataldo.

Chi, insomma, degli investigatori della Polizia stava registrando la telefonata udì prima distintamente almeno uno dei due colpi di lupara sparati addosso a Salvatore Cordì e in seguito le grida di paura di una donna che casualmente si trovava, dopo essere uscita da un negozio, sul luogo dell'omicidio. Ad essere tradito dal cellulare – secondo la Polizia – fu il giovane Domenico Zucco, 23 anni, di Locri.

Ad emettere nel dicembre del 2005, su richiesta dell'allora pm antimafia Giuseppe Creazzo, i provvedimenti restrittivi fu il gip distrettuale reggino, Anna Maria Arena.

Intanto oggi, nell'ambito del procedimento per l'assassinio di Francesco Fortugno, saranno effettuati, a Locri, gli accertamenti tecnici non ripetibili disposti dai magistrati della Dda di Reggio. Specialisti del Ris di Messina in una autocarrozzeria di Locri procederanno al prelievo e al successivo esame di eventuali reperti di natura biologica presenti a bordo della Fiat Uno di colore bianco che secondo gli inquirenti fu utilizzata dal commando che uccise Fortugno. L'avviso degli accertamenti specialistici è stato notificato nei giorni scorsi ad Alessandro Marcianò, accusato di essere il presunto mandante del delitto, a suo figlio Giuseppe, responsabile, secondo l'accusa, di aver accompagnato il presunto killer di Fortugno, Salvatore Ritorto, e poi a Domenico Audino, Domenico Novella e Carmelo Dessì.

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