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Processo per il delitto Gaglianò l’accusa ha chiesto sei ergastoli

In Corte d’Assise

Processo per il delitto Gaglianò l’accusa ha chiesto sei ergastoli

L’omicidio avvenne nel 1991 in via Pastorino a Bolzaneto

 

Dopo la requisitoria del pubblico ministero il processo davanti alla corte d’assise è stato rinviato al prossimo 11 luglio con le repliche dei difensori degli imputati, poi la sentenza.


Per i pentiti e per l’accusa furono  i sicari della mafia arrivati dalla Sicilia ad uccidere il 13 novembre del 1991 Luciano Gaglianò, crivellato con sei colpi sparati a bruciapelo contro la sua auto in via Pastorino, a Bolzaneto. Per quell’omicidio di mafia dunque, il pm Anna Canepa, dopo due giorni di requisitoria, ha chiesto 6 ergastoli, condanne a 25 anni di altri due imputati, 9 anni nei confronti di un pentito e una assoluzione. Carcere a vita quindi per Salvatore e Gaetano Fiandaca, di Riesi; Davide, Nuncio e Daniele Emmanuello, e Francesco La Cognata, originari di Gela; 25 anni di reclusione per Paolo Vitello, originario di Mazzarino; Vincenzo Di Caro di Gela. Per il pentito Angelo Celona la richiesta è di nove anni, mentre l’assoluzione è stata chiesta per uno degli altri fratelli Emmanuello, Alessandro. Gli avvocati che li difendono: Evi Maltagliati, Andrea Vernazza, Pietro Bugliolo, Stefano Sanbugaro, Sandro Vaccaro. Il processo in assise è stato rinviato per le repliche dei difensori all’11 luglio.

Dell’omicidio era stata accusata in un primo tempo la ‘ndrangheta. Ma gli imputati erano stati assoluti. Successivamente un pentito Angelo Celona si era autoaccusato del delitto e aveva fatto scattare gli arresti.

Celona aveva detto di avere ammazzato Gaglianò insieme a Francesco La Cognata, il suo complice, “con il quale ero inseparabile tanto che venivamo chimati i “gemelli”, perché eravamo in sintonia e affidabili”. In un incidente probatorio un altro dei pentiti Ciro Vara, (non accusato del delitto) non aveva parlato del fatto di sangue, ma della situazione dell’organizzazione mafiosa a Genova per inquadrare gli aspetti di contorno dell’omicidio. A una domanda dei difensori di alcuni degli imputati sul collegamento con la Sicilia, Ciro Vara aveva risposto sostenendo che all’epoca il boss Piddu Madonia non aveva ordinato la costituzione di una “decina” genovese, come vengono chiamate in gergo le squadre legate alla mafia che agiscono sul territorio.

I sei colpi (uno alla testa e gli altri alla schiena) sarebbero stati sparati perché Gaglianò non avrebbe pagato una partita di cocaina da mezzo chilo alla “decina” che sarebbe stata legata al clan dei Madonia, ma che Ciro Vara ha smentito.

 

Il racconto del pentito

“Si è sporto ed ha sparato”

“Il mio complice non è neppure dovuto scendere dall’auto: si è sporto e ha sparato. Entrambi i finestrini, il nostro e quello della vittima, erano abbassati. Il mio complice ha sparato un colpo, e poi in successione gli altri, se non ricordo male 5 o 6, non posso dirlo con esattezza, posso dire che sono stati diversi, sicuramente l’ha colpito al capo. La vittima non si è resa conto dei quello che stava succedendo…”.

Erano state queste le clamorose dichiarazioni del pentito di mafia Angelo Celona, di Gela, sull’omicidio Gaglianò. “La mattina successiva mi sono recato a prendere l’auto rubata da usare per l’azione. Se non ricordo male una Golf scura per l’azione. La mattina del primo giorno la passammo per i sopraluoghi. Il giorno dell’omicidio abbiamo incontrato la vittima per caso, vedendola uscire di casa”.

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