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Liliana Esposito: «Non riusciranno a chiudermi la bocca»

Locri
La mamma-coraggio dell'imprenditore Massimiliano Carbone, assassinato quasi due anni fa Aggredita sulla tomba del figlio

Liliana Esposito: «Non riusciranno a chiudermi la bocca»


di Antonio Condò

LOCRI – Un nuovo "sit-in" per richiamare l'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica sul "silenzio" calato sull'assassinio del figlio, Massimiliano Carbone. Ieri la signora Liliana, insegnante elementare, animata da un'inesauribile determinazione, per alcune ore ha sostato sulla gradinata del tribunale: esibiva il manifesto in cui annuncia che domenica prossima alle 10,30, nella cappella dell'ospedale di Locri sarà celebrata una messa in memoria del figlio, nella ricorrenza del secondo anniversario della morte; una foto del giovane e uno slogan: «Giustizia per Massimiliano, sicurezza per Locri». Insieme con lei Demetrio Costantino, presidente del Comitato Interprovinciale per il diritto alla sicurezza.

Era la sera del 17 settembre 2004, quando Massimiliano Carbone, 30 anni, imprenditore, presidente della cooperativa di servizi "Arcobaleno", venne colpito a tradimento sotto casa da un sicario, che lo ferì con un solo colpo di fucile a canne mozze. Massimiliano morì in ospedale una settimana dopo. Le indagini di forze dell'ordine e magistratura non hanno ancora portato all'arresto dell'omicida, malgrado gli sforzi compiuti e le assicurazioni personalmente fornite alla mamma della vittima – che da subito diede agli inquirenti elementi indiziari molto precisi per l'individuazione dell'assassinio – da autorevoli rappresentanti istituzionali.

A rendere ancora più inquietante la vicenda, un episodio che la signora Liliana ha portato ieri mattina a conoscenza gli organi d'informazione: qualche giorno addietro è stata aggredita mentre all'interno del cimitero di Locri, dove, come ogni giorno, pregava sulla tomba del figlio. La signora Liliana, sanguinante, ha avuto la forza di portarsi sulla statale 106 e chiedere aiuto. Soccorsa dai carabinieri, cui ha denunciato l'accaduto, è stata medicata e refertata all'ospedale di Locri; sono in corso indagini per fare luce sul gravissimo episodio. «Chi mi ha aggredito – ha detto la maestra Liliana – conosce benissimo le mie abitudini: lo ha fatto per rancore nei miei confronti, e per cercare di fermare, con inequivocabili minacce di morte, le mie richieste di verità e giustizia. L'ho riconosciuto io, l'hanno riconosciuto altri testimoni. Come sempre, ho detto agli inquirenti tutto quello che so». «La mia – ha aggiunto – è un'istanza di giustizia come vero motivo di legalità. Non vorrei che questa parola, legalità, diventasse di gomma: oggi non devo andare a scuola, è la mia giornata libera. Educazione alla legalità è anche questo; non avrei mai disertato le lezioni per portare avanti una mia battaglia».

Liliana Esposito Carbone ieri ha ricevuto attestazioni di solidarietà da parte del primo circolo didattico, dove insegna, di avvocati, magistrati, passanti fermatisi per dialogare con lei, per sentire le ragioni di una mamma che chiede giustizia. «La sua disperazione – ha detto il presidente del Cids – è anche la disperazione di tanti altri familiari di vittime della criminalità che chiedono giustizia. In questo territorio ad alto rischio criminale occorrono urgenti interventi per far funzionare la giustizia, per garantire sicurezza ad imprenditori ed a cittadini».

Come sempre vicini a Liliana Carbone anche i volontari della "Casa della legalità e della cultura" di Genova, che nel riferire sul loro sito web (www.genovaweb.org) l'aggressione dei giorni scorsi, commentano: «L'assassino di Massimiliano, come gli assassini e mandanti di tutti gli omicidi di mafia consumatisi nella Locride, può essere individuato e punito. Non è con nuova violenza e prepotenza che si può fermare la giustizia».

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