Maxi-blitz in Sicilia, cento arrestati
PALERMO
Erano impegnati nella ricostituzione della «commissione provinciale» e nell'attuazione del progetto, sostenuto da Totò Riina e da Matteo Matteo Messina Denaro - quest'ultimo in qualità di garante e non di regista - di rifondare l'intera «cupola» mafiosa e, quindi, Cosa nostra. Un piano che stava per scatenare una nuova e sanguinosa faida. È quanto emerge dall'operazione «Perseo» condotta tra la Sicilia e la Toscana dai carabinieri e dalla Dda di Palermo.
Oltre nove mesi di indagini che hanno permesso di fermare un centinaio di mafiosi, 99 tra capimafia, reggenti dei clan di Palermo e gregari, e di documentare in modo inequivocabile, sulla scorta anche di intercettazioni, il progressivo realizzarsi della nuova scelta strategica di procedere al ripristino, a 15 anni dall'arresto di Totò Riina, del tradizionale modello organizzativo che vedeva appunto la «commissione» quale unico organo deputato ad assumere le più gravi ed importanti decisioni. Un progetto che ha avuto il benestare di parecchi boss detenuti e scattato dopo l'arresto dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo e di numerosi esponenti del suo clan allora in ascesa.
Le manette ai superlatitanti sono stete una sorta di scacco da parte dello Stato che aveva messo alle corde l'organizzazione mafiosa già provata duramente dalla clamorosa cattura del "padrino" Bernardo Provenzano e che adesso tentava una reazione da imprimere con un'autentica svolta. E proprio in vista della nomina del futuro capo della commissione di Palermo si sono avuti segnali di un'aspra e pericolosa contrapposizione interna, una nuova guerra di mafia per evitare la quale sono stati accelerati i tempi dell'operazione dei carabinieri e della Dda di Palermo, che ha bloccato anchee la fuga di parecchi ricercati. L'indagine ha fornito la mappa degli attuali organigrammi di Cosa nostra nell'intera provincia palermitana, permettendo in tal modo di annientarne la direzione strategica.
Per il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, «se Cosa nostra era in ginocchio, con questa operazione le si è impedito di rialzare la testa, recidendo tutte le teste strategicamente pensanti di una nuova struttura di comando che avrebbe dovuto deliberare come in passato su cose gravi. La ristrutturazione di Cosa nostra non poteva che passare dall'assenso di Messina Denaro, ma il capo della provincia di Palermo doveva essere palermitano e quello che più si accreditava era Benedetto Capizzi», l'anziano boss di Villagrazia, «che si era assunto questo ruolo come se fosse stato investito dal vertice. Ed è ancora in carica, sebbene in carcere, Salvatore Riina». «Sono stati ricostruiti - spiegano dal Comando Provinciale dei carabinieri di Palermo - gli attuali organigrammi dell'organizzazione mafiosa nel palermitano ed è stata così annientata la direzione strategica». Durante le indagini, il Nucleo radiomobile di Monreale, ha acquisito riscontri anche su un traffico internazionale di stupefacenti, confermando in tal modo l'interesse di Cosa nostra in questo settore.
